SAHARAWI

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Storia

La storia dei Saharawi affonda le sue radici nelle vicende coloniali di fine Ottocento, che vedono la spartizione delle terre africane fra le potenze europee.

I confini del Sahara Occidentale (che si affaccia sull’Oceano Atlantico e storicamente terra dei Saharawi) vengono stabiliti dal trattato di Berlino del 1884. In base al trattato il Sahara Occidentale viene occupato dagli spagnoli, mentre gli stati confinanti (Marocco, Mauritania e Algeria) divengono colonie francesi.

In seguito all’indipendenza di molti Stati africani, anche i Saharawi si organizzano per rivendicare il loro diritto all’autodeterminazione.

Nel 1973 nasce il Fronte POLISARIO (Fronte Popolare di Liberazione del Saguiat al Hamra e Rio de Oro - dal nome delle due regioni che compongono il Sahara Occidentale) con lo scopo di occuparsi dell’indipendenza del Sahara Occidentale dai colonizzatori spagnoli.

Negli stessi anni anche l’ONU riconosce al Popolo Saharawi il diritto all’autodeterminazione.

La Spagna, consapevole di dover lasciare una delle ultime colonie rimaste nel continente africano, organizza un censimento della popolazione al fine di prepararsi alla celebrazione di un referendum.

Alla morte del dittatore Franco i colonizzatori spagnoli preferiscono ritirarsi dal Sahara Occidentale cedendolo a Marocco e Mauritania, che nel frattempo si sono accordati per spartirsi le ingenti risorse del territorio (fosfati, uranio e pescosità del mare).

Ed ecco che nel 1975 i Saharawi, invece di giungere finalmente all’indipendenza, si trovano ad essere invasi da nord dal Marocco e da sud dalla Mauritania. Il sovrano Hassan II del Marocco cerca di mascherare l’invasione con la cosiddetta Marcia Verde, attraverso la quale 350.000 coloni marocchini varcano la frontiera e si insidiano nel Sahara Occidentale. La marcia viene inoltre accompagnata da bombardamenti alla popolazione Saharawi, costretta ad abbandonare le proprie case e fuggire verso l’Algeria.

Il Fronte Polisario organizza allora la resistenza e cerca di proteggere la fuga delle migliaia di persone, che con ogni mezzo tentano di mettersi in salvo. Nei pressi di Tindouf, in pieno deserto algerino, vengono organizzati i campi profughi in immense tendopoli.

I Saharawi in esilio si affrettano a proclamare nel 1976 la RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica), che viene riconosciuta da più di 70 paesi di Africa, Asia e America Latina.

Nel frattempo la guerra continua: nel 1979 la Mauritania viene sconfitta e costretta a ritirarsi, e il Marocco occupa l’intero territorio.

Parallelamente allo sforzo bellico nei confronti di uno stato assai più potente, i Saharawi si adoperano anche in campo diplomatico: un importante successo è l’ammissione nel 1982 all’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana), da cui il Marocco per protesta si dissocia.

Per proteggere dalle incursioni del Fronte Polisario i territori utili, ovvero quelli più ricchi di minerali e quelli lungo la costa, re Hassan II fa costruire dal sud del Marocco fino alla costa atlantica al confine della Mauritania 6 muri per un totale di 2.700 Km, che racchiudono circa 200.000 Kmq di territorio. I muri, costruiti con sabbia e pietrame, sono circondati da campi minati.

La guerra si trova in una situazione di stallo, ma nonostante le difficoltà i Saharawi continuano a resistere, dando prova anche di un’eccezionale capacità organizzativa.

Le 25 grandi tendopoli, in cui ancora oggi vivono, hanno i nomi delle città abbandonate nel Sahara Occidentale. Ognuna delle 4 province (wilaya) viene dotata di scuole, di un ospedale e di strutture in muratura per ricevere i numerosi ospiti stranieri che si susseguono per manifestare la solidarietà dei comitati sorti spontaneamente in molti stati europei.

Nel 1988 con la risoluzione ONU 621/88 viene istituita la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) e stabilito un piano di pace.

Il Marocco accetta l’idea di un referendum, considerato però solo confermativo dello status del Sahara Occidentale. Questo confidando nel fatto che in tutti questi anni, avendo attuato una politica di colonizzazione massiccia, la popolazione del Sahara Occidentale sia ormai diventata in prevalenza marocchina.

Nel 1991 Marocco e Fronte POLISARIO accettano una tregua e viene fissato il referendum per il gennaio 1992. L’accordo prevede che, per stabilire gli aventi diritto, il voto avrà come base il censimento effettuato dalla Spagna nel 1974.  Ma già dagli inizi è chiaro che re Hassan II non ha alcuna intenzione di rispettare i patti e di procedere seriamente verso la risoluzione del conflitto. Infatti nell’ottobre del ’91 organizza una seconda Marcia Verde, che porta altri 155.000 coloni marocchini nel Sahara Occidentale. Una chiara dimostrazione di un ennesimo tentativo di allungare i tempi, poiché a solo svantaggio dei Saharawi.

In effetti il referendum non viene celebrato e, vista anche l’incapacità dell’ONU di agire in maniera concreta in questo senso, viene minacciato il ritorno alla guerra.

Nel 1997 qualcosa cambia; il nuovo Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan, nomina inviato speciale per il Sahara Occidentale James Baker, ex segretario di stato americano. Questi nel giro di pochi mesi riesce a far trovare un accordo a Marocco e Fronte POLISARIO ed il piano di pace riprende vigore. Viene stabilito un calendario che, al termine dell’identificazione degli aventi diritto al voto, avrebbe dovuto portare al referendum nel dicembre ’98. Le prime fasi procedono anche più lentamente del previsto e alla fine del ’98 l’identificazione è conclusa.

Ma la data di dicembre non viene rispettata. Il 23 luglio del ’99 muore all’età di 70 anni re Hassan II del Marocco (al potere dal 1961) e gli succede il figlio Sidi Mohammed, che sembra avere una visione un po’ più aperta del potere. A tutt’oggi però il referendum è ancora un miraggio per il Popolo Saharawi che, nonostante tutto, continua a percorrere la strada più difficile per l’indipendenza: quella della diplomazia e della non-violenza.

Nel Giugno 2004, dopo sette anni di mediazioni diplomatiche, James Baker decide di lasciare l’incarico dopo il fallimento della sua ultima proposta, che prevedeva che il Sahara Occidentale conservasse un regime di semi-autonomia all’interno del Marocco per quattro o cinque anni, nell’attesa di poter organizzare un referendum. Il piano viene accettato dal Polisario, ma rifiutato ancora una volta, dal Marocco.

Nel Dicembre 2016 il Tribunale Europeo sancisce che il Sahara occidentale non fa parte del Marocco. Il 10 Gennaio 2018 il Giudice Europeo conferma che il problema del Sahara Occidentale è un problema di occupazione, perciò nessuno ha il diritto di fare accordi con questo territorio invaso. Il 27 Febbraio 2018, in occasione del 42° anniversario dalla nascita della RASD, la Corte dell’Unione Europea stabilisce che l'Accordo di pesca UE-Marocco non può essere applicato al Sahara occidentale o alle sue acque adiacenti, in quanto ciò violerebbe il diritto di autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale e, di conseguenza, il suo diritto di consenso a qualsiasi accordo che influenzerebbe il territorio. Una piccola-grande vittoria che sta dando un po’ di respiro a tutti i Saharawi.

 

La vita nei Campi Profughi di Tindouf attualmente procede come sempre tra mille difficoltà, dovute sia alla completa dipendenza per la sopravvivenza dagli aiuti umanitari internazionali sia alla estrema durezza del deserto, dove la temperatura in estate sale oltre i 50° all’ombra

I Saharawi rimasti ‘oltre il muro’, nei Territori Occupati del Sahara Occidentale, vengono sottoposti alla repressione messa in atto dalle autorità di Rabat, le manifestazioni pacifiche vengono soffocate nel sangue e gli arresti, le torture e i desaparecidos sono sempre più numerosi; così come lo sono le denunce per il mancato rispetto dei diritti umani di Amnesty International.

Le autorità Marocchine hanno negato più volte il permesso ad Osservatori Europei (parlamentari e giornalisti) di recarsi nei Territori Occupati.

Il silenzio, che da sempre copre la Causa Saharawi, è indubbiamente una dei motivi che sta condannando i Saharawi alla sofferenza e all’esilio.